Definizione di biologico e cosmetica naturale.

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Perché devi conoscere la definizione di biologico? Immagina di essere in un negozio: ti avvicini allo scaffale dei prodotti alimentari e leggi parole come “biologico” e “naturale”. Oppure stai leggendo la recensione di un prodotto su un beauty blog e la persona che scrive lo elogia per la mancanza di “elementi chimici” al suo interno. Hai la sicurezza di aver capito ciò che ti viene proposto? Io no, per questo oggi imparo insieme a te queste definizioni con il dizionario sotto mano.

Partiamo dalla chimica

Quando ti dicono che un prodotto non contiene elementi chimici che è “chemical free” ti stanno dicendo una bugia. Basta cercare la definizione di chimica sul dizionario.

“Scienza che studia la struttura, la composizione, le proprietà, la trasformabilità delle sostanze organiche e inorganiche, naturali e artificiali.”

Per capire bene questa definizione, traduciamo anche:

  • Sostanze organiche: sostanze che derivano dal carbonio, quindi tutte le sostanze che riguardano il mondo animale e vegetale. Infatti non è un caso che noi siamo formati da organi. Le nostre cellule e quelle di animali e piante sono composte da carbonio. Attenzione: carbonio, non carbone! Quello lo porta la Befana ai bambini monelli. Però, se fosse così, spiegherebbe la quantità di persone cattive che popola il pianeta… ma torniamo a noi.
  • Sostanze inorganiche: sono le sostanze che non contengano atomi di carbonio, quindi tutto ciò che non ha “organi”. Sono composti minerali tra cui l’acqua, il sale da cucina, le pietre preziose ecc.

Quindi perché esistono prodotti biologici e naturali?

Noi siamo chimica. Quando ti dicono che un prodotto non contiene elementi chimici, o stanno cercando di venderti una scatola vuota o non sanno di cosa parlano. Cosa mi stai dicendo? “Anche la scatola e l’aria in essa contenuta sono chimiche”? Bene, vedo che hai afferrato il concetto.

Ciò che in realtà si cerca di evitare nei prodotti “naturali” (dopo capirai perché è tra virgolette) sono gli elementi pretrolchimici, cioè tutti quegli elementi che derivano da una lavorazione del petrolio grezzo. Per esempio la paraffina o la vaselina. Se cerchiamo di ridurre il nostro impatto ambientale, dobbiamo tenere conto dell’inquinamento causato dall’estrazione e dalla lavorazione del petrolio (con cui si fanno anche la benzina e la plastica).

Nessuno degli elementi sopra citati fa “naturalmente” male all’ambiente o alla salute, il problema è sempre lo stesso: l’utilizzo che ne facciamo. Ogni sostanza chimica ha proprietà specifiche, modalità e quantità di utilizzo corrette. Puoi certamente decidere di usare il sale come dolcificante, ma se non raggiungi il tuo scopo non ti lamentare. Allo stesso modo puoi decidere di nutrirti di grandi quantità di aria per non fare male ad altri esseri viventi, ci si rivede in paradiso… O forse no, io credo di essere attesa più in basso!

Quindi qual è la definizione di biologico?

Biologico è una parola che per molto tempo è stata utilizzata tantissimo tra i prodotti “verdi” ma che ora si legge un po’ meno. Ci hai mai fatto caso?

La definizione di biologico sul dizionario è “relativo alla biologia”, vedi “biologia”.

E infatti “biologia” deriva dal greco bio (vita) e logos (discorso).
La biologia studia la vita degli esseri viventi sotto molti aspetti, anche quello chimico, in questo caso si parla di bio-chimica.

È importante saperlo perché la definizione di biologico come termine commerciale è stata normata a partire dal 2007, con continue modifiche (le ultime proprio nel 2019). Queste regole sono pensate per il settore alimentare, infatti (secondo il regolamento CE 834/2007) valgono per:

  • Prodotti agricoli vivi o non trasformati.
  • Prodotti agricoli trasformati destinati ad essere utilizzati come alimenti.
  • Mangimi.
  • Materiale di propagazione vegetativa e sementi per la coltivazione.

Le norme sulla produzione biologica e si applicano al processo di produzione all’etichettatura e distribuzione e anche alla pubblicità. Le aziende non possono più dichiarare come biologico un prodotto che non rispetti i requisiti normativi del regolamento CE. Il prodotto biologico alimentare va dichiarato, subisce rigorosi controlli periodici e sull’etichetta riporta il simbolo che vedi qui sotto.

Risultati immagini per etichetta biologico alimentare

È per questo, ad esempio, che leggendo l’etichetta sui prodotti “trasformati” (quelli confezionati per intenderci) sono indicati con un asterisco gli ingredienti da agricoltura biologica. Non vale l’indicazione generica “contiene ingredienti da agricoltura biologica” ma va indicata la percentuale e ogni prodotto ha la sua indicazione specifica su quali e quanti siano gli ingredienti da agricoltura biologica al suo interno.

Esempio di biscotti bio: con l’asterisco sono indicati gli ingredienti di origine biologica

Ed è qui che arriva il “naturale”.

La parola “naturale” è un generico riferimento a qualcosa che riguarda la natura. Non ha nessun legame con la definizione di biologico a livello giuridico. Come abbiamo detto prima: anche il petrolio è naturale perché esiste in natura, ma non vuol dire che estrarlo faccia bene all’ambiente. Questo termine cambia significato a seconda del contesto in cui è inserito. Attualmente può essere utilizzato senza problemi assieme a “verde”, “green”, “che deriva dalla natura”, “naturalmente” ecc.

Il termine si spreca soprattutto nei prodotti cosmetici, perché? Perché la definizione di biologico a livello legale si riferisce solo all’agricoltura, quindi al massimo i cosmetici possono contenere ingredienti di origine biologica, ma per stare tranquilli, sull’etichetta scriveranno “naturale“, dove per naturale si intende “privo di elementi petrol-chimici”. Comunque teniamo sempre presente che per quanto siano di origine naturali gli ingredienti utilizzati per un cosmetico, i prodotti cosmetici non esistono in natura, sono prodotti umani e (come tali) non fanno bene all’ambiente. Per essere davvero zero waste in questo caso, bisognerebbe smettere di utilizzarli.

Pensieri, parole e certificazioni.

Attenzione a chi ti vende cosmetici artigianali, anche “fatti in casa”. Quando ti dicono che sono naturali o biologici, non puoi sapere se rispettino le normative europee o da dove arrivino le materie prime. A livello ambientale e salutare, c’è una bella differenza tra prodotti certificati e prodotti fatti in casa. Ecco perché (escluso il burrocacao e poco altro) io sconsiglio in fai da te cosmetico se non si è dei chimici professionisti.

Per aiutare le aziende che vogliono davvero creare prodotti sicuri e attenti all’impatto ambientale, sono nate le certificazioni cosmetiche. Ce ne sono diverse e ognuna ha i suoi criteri. Anche questo è un problema, perché ci sono diversi tipi di certificazione “naturale” di cui ancora non si capiscono i parametri.

Una certificazione a mio avviso abbastanza sicura è ICEA, la quale rilascia certificazioni per la eco bio cosmesi, controllando l’origine degli ingredienti secondo le norme europee, oltre ad aggiungere altri criteri scelti dall’ente, come l’assenza di test su animali. Sono tutti dichiarati sul sito, dove è possibile scaricare tutta la documentazione che serve ad un’azienda per ottenere la certificazione. Il controllo riguarda anche la veridicità dei “claim”, cioè della pubblicità che non deve essere ingannevole. Calcolando che chi sceglie di ottenere questa certificazione investe fino a 10.000 euro all’anno (ci sono le detrazioni per aziende più piccole) per le analisi e i controlli successivi sul prodotto, sarà più improbabile imbattersi in prodotti di scarsa qualità. Questo giustifica anche il costo un po’ più elevato dei prodotti certificati.

Ovviamente ci sono prodotti molto validi anche tra quelli che non hanno le certificazioni, ciò che mi preme è che non si professino biologici o certificati quando non lo sono. Anche perché è illegale.

Da questo discorso escludo, ovviamente, le big company che fanno greenwashing. Loro i soldi da investire in ricerca e produzione sostenibili li avrebbero, ma continueranno a fregarsene o darci il “contentino” con la “linea naturale” finché non cambierà il mercato.

La plastica, quando è necessaria?

Sui social parliamo sempre di quanto il nostro percorso verso la sostenibilità ambientale sia imperfetto, questo vale anche per le aziende perché (ricordiamocelo) anche loro sono fatte da persone. Per ora, molte aziende che producono prodotti davvero ecologici fanno fatica a creare anche una distribuzione senza imballaggio.

Per mantenere la qualità di un prodotto con ingredienti di origine naturale e pochi conservanti (o senza conservanti) è necessario che prima dell’utilizzo resti protetto da eventuali contaminazioni esterne. In questo caso la plastica è un buon alleato (come lo è in medicina) per la nostra salute. Anche il vetro lo è, ma le confezioni usa e getta di vetro hanno un impatto ambientale alto e sono più difficili da trasportare in sicurezza.

Immagina quanto prodotto invenduto andrebbe buttato (e quindi inquinerebbe ancora di più) se non ci fossero delle buone confezioni a proteggerlo.

Inoltre, per capire l’impatto ambientale reale di un imballaggio, bisogna valutare il LCA, (Life Cycle Assessment). Si tratta della valutazione dell’impatto ambientale associato ad ogni fase della vita di un prodotto: dall’estrazione dei materiali al suo smaltimento, terminato l’utilizzo.
Ricordiamo che tutto ciò che è un “prodotto umano” inquina (anche la cacca!). In alcune situazioni il vetro è la soluzione migliore, altre volte, dopo la valutazione LCA, potrebbe risultare che è la plastica ad avere un impatto ambientale minore. Chi fa questa valutazione? Di solito le aziende stesse la fanno fare da esperti durante la pianificazione della loro produzione. Ne parleremo meglio in uno dei prossimi articoli.

Quale sarebbe il sistema di distribuzione che impatta meno sull’ambiente?

A questa domanda non posso dare una risposta definitiva. La risposta è sempre “dipende”. Forse il vuoto a rendere potrebbe esserlo, ma bisognerebbe creare una catena di distribuzione che permetta di sprecare meno prodotto ed evitare il più possibile le contaminazioni (anche solo per tutelare gli allergici). In attesa di una soluzione per il vuoto a rendere anche in cosmetica, io adotto un “sistema misto” in base alle esigenze del mio corpo:

  • Saponi per il corpo solidi e shampoo e balsamo con vuoto a rendere. Perché per lavare corpo e capelli non ho esigenze specifiche.
  • Creme per viso e corpo in confezioni riciclabili (plastica o vetro) perché sono i prodotti che mi hanno sempre creato maggiori problemi a livello dermatologico.
  • Makeup: mi trucco poco e metto giusto l’indispensabile. Sto ancora smaltendo prodotti vecchissimi.

Ho provato anche a non usare nulla per detergere e curare il viso, ma non ha funzionato. Di questo parleremo in seguito.

A te la parola

Tu conoscevi questi aspetti del problema? Hai altre soluzioni da consigliare?

Loredana è una Communication Manager. Ha la passione per la scrittura, i libri e le serie TV. Non potrebbe vivere senza Mila, la sua dolce cangnolina.

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